Moda
26 luglio 2022

Quante vale la sostenibilità di un capo? Ragioniamoci su.

Pubblicato da

Anna De Bortoli

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Vi siete mai chiesti se la sostenibilità coincida con l’accessibilità economica? Un capo realizzato con materiali riciclati, quanto dovrebbe costare secondo voi? Ce lo si domanda quasi come se la risposta fosse scontata, eppure rimane sempre un grande interrogativo per tutti.

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L'industria della moda è considerata uno dei settori più impattanti sull' ecosistema, sia in termini di produzione che di deterioramento dei prodotti.

Moda e sostenibilità proseguono a braccetto da alcuni anni oramai, ma oggi sembra quasi diventato un trend rispettare l’ambiente, più che un dovere. Storicamente, e oggi giorno ancor di più, l’industria della moda viene considerata una delle più impattanti per il sistema, sia in termini di produzione che di deterioramento e scarto dei prodotti, considerando la società consumistica di cui facciamo parte. Negli ultimi decenni, il capo di abbigliamento ha ricoperto un ruolo di bene effimero, d'importanza secondaria e facilmente rimpiazzabile, ma negli ultimi anni la sensibilità nei confronti del sostenibile sta aumentando e i consumatori che scelgono capi di questo tipo, crescono considerevolmente.

MA COSA SIGNIFICA REALMENTE ESSERE SOSTENIBILI, O CERCARE DI ESSERLO?

Ma cosa vuol dire essere sostenibile, o provare ad esserlo? L’obiettivo dei brand, appartenenti al fast fashion ma anche a maison di alto livello, è quello di realizzare dei capi “puliti”, che né contribuiscono ad inquinare, né implichino lo sfruttamento della forza lavoro, ma che invece rispecchino un approccio responsabile ed etico, mantenendo stile e forme all’avanguardia. Di esempi ce ne sono tantissimi come ben sapete. Due fra tutti Martin Margiela e Stella McCartney, che sin dal principio hanno voluto dare un’impronta sostenibile ai loro marchi, riadattando capi vintage per rivalorizzarli. La lista aumenta man mano che ne parliamo; insomma, sostenibilità, upcycling e moda circolare sono la vibe di oggi e tutti (fortunatamente) vogliono trovarsi preparati.

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SOSTENIBILE SÌ, MA A CHE PREZZO?

Il prezzo finale di un capo deriva dall’accumulo di una serie di fattori, quali le materie prime, la lavorazione, il confezionamento ed il packaging, un percorso che per un prodotto sostenibile ha un costo mediamente più elevato.

In ordine, i tessuti di origine naturale costano di più rispetto a quelli sintetici, quasi il doppio o addirittura il triplo, perché realizzati per ridurre al massimo l’impatto ambientale e quindi anche disponibili a kilometro zero. Inoltre, un prodotto sostenibile punta alla durabilità e quindi a rimanere nel tempo, perché realizzato minuziosamente e in laboratori sartoriali che richiedono un lavoro di precisione e pazienza, doti che devono essere riconosciute e ripagate di conseguenza.

Tecniche sartoriali di elevata qualità sono difficili da trovare sul mercato e, se trovate, richiedono un giusto riconoscimento monetario.

Potremmo continuare ad analizzare tutti i costi presenti all’interno della filiera produttiva di questo settore (che ne dite di un articolo di investigazione dedicato a questo argomento?), ma la conclusione è già chiara: la moda sostenibile è costosa ed ha le sue ragioni ad esserlo. Eppure, a noi il prezzo sembra troppo elevato perché siamo stati abituati male. La causa? Il fast fashion, un movimento che ha cambiato radicalmente le nostre abitudini di acquisto, illudendoci di poter pagare poco qualsiasi prodotto.

Ricerchiamo qualità “sottopagata” rincorrendo l’utopia di una moda democratica, ma questo non è possibile. Il bel tessuto, la minuziosa lavorazione delle materie prime, l’impegno sostenibile e responsabile verso i lavoratori e i luoghi di lavoro, una distribuzione a minor impatto ambientale possibile, sono tutti aspetti che richiedono di essere ripagati. Per farlo non rimane altro che alzare il costo di vendita dei prodotti.

Cerchiamo la qualità sottopagata inseguendo l'utopia della moda democratica.

Ma voglio ampliare il ragionamento e sostenere che si, forse la moda può essere democratica, ma lo stile no. Lo spaccato sociale emerso nel post-pandemia è evidente: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e ognuno mantiene le proprie abitudini nonostante lo scenario attuale nell’ambito del fashion descriva una 'crisi umanitaria devastante e prolungata'. Ne emerge che con la pandemia si è consumato un vero e proprio “furto di salario” ai danni di milioni di lavoratori, una ricerca di ‘democrazia’, senza nemmeno rispettarla.

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In passato, il consumo della moda era radicalmente diverso, si comprava poco ma ad un prezzo più alto, e soprattutto per necessità; vi ricordate quei capispalla che duravano una vita intera o più? Oggi lo shopping lo si fa per noia, perché accessibile ovunque e in grandi quantità. La velocità con cui la moda muta e la volontà di rimanere sempre al passo con ciò che è trendy, stride con l’approccio sostenibile che si vuole mantenere, motivo per cui sempre di più i brand riducono le collezioni annuali da quattro a due, diminuendo emissioni ed inquinamento.

CHI SONO I VERI PROMOTORI DELLA MODA SOSTENIBILE OGGI?

C’è chi li sottovaluta ma la Gen Z è la generazione che più promuove l’approccio circolare, preferendo brand che decidono di prenderne parte attiva al cambiamento. Ad oggi, la loro giovane età e la barriera del prezzo trattiene molti di loro fuori dal mercato, ma non tarderanno a diventare i principali clienti di questo nuovo modo di fare moda.

Comunicare le proprie iniziative è solo il primo passo, “la sostenibilità è un percorso fatto di coerenza e trasparenza; questo viaggio non ha un punto di arrivo e si arricchisce di nuove occasioni a ogni tappa raggiunta, verso il perseguimento di obiettivi sempre più sfidanti” (Silvia Mazzanti, Sustainability Manager a Save The Duck).

"La sostenibilità è un viaggio fatto di coerenza e trasparenza; questo viaggio non ha un punto di arrivo e si arricchisce di nuove opportunità ad ogni tappa raggiunta" - S.Mazzanti

Sia come produttori che come consumatori, non dobbiamo temere di non essere perfetti nelle nostre abitudini. Al contrario, la nostra attenzione dovrebbe essere sempre rivolta al miglioramento.

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Anna De Bortoli

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